Nell’opinione pubblica, e talvolta anche in contesti istituzionali, il concetto di maltrattamento sta tornando a restringersi alle sole violenze fisiche. Sarebbe un errore e significherebbe ignorare ciò che decenni di esperienza professionale e di ricerca ci hanno insegnato: la tutela dell’infanzia richiede la capacità di vedere anche ciò che non appare evidente. La vera sfida, oggi, non è restringere lo sguardo sul maltrattamento, ma ampliarlo ulteriormente.
Oggi il maltrattamento è diventato meno visibile, proprio mentre si è fatto più complesso. Prova ne è, a mio avviso, come l’attenzione pubblica sia attratta dagli episodi estremi di violenza fisica, mentre ignori che la maggior parte dei bambini seguiti dai servizi sociali e dalle associazioni che gestiscono comunità di accoglienza lo sono per forme di trascuratezza, incuria, deprivazione affettiva o violenza assistita, che lasciano segni meno evidenti ma altrettanto profondi.
Ogni volta che un grave episodio di cronaca coinvolge un bambino, il dibattito pubblico si riaccende. Ci si interroga su chi non abbia visto, su quali segnali siano stati trascurati, su come sia stato possibile arrivare a tanta violenza. È una reazione comprensibile. Ma c’è un rischio: che l’attenzione si concentri quasi esclusivamente sulle forme più evidenti di abuso, quelle che lasciano segni sul corpo, e che si perda progressivamente la capacità di riconoscere tutte le altre forme di maltrattamento che compromettono gravemente la crescita e il benessere dei minori.
Per molti anni il lavoro sociale, educativo e psicologico ha contribuito ad allargare lo sguardo. La definizione stessa di maltrattamento si è progressivamente estesa fino a comprendere non solo l’abuso fisico e sessuale, ma anche la trascuratezza materiale ed emotiva, l’incuria, l’ipercura disfunzionale, l’esposizione alla violenza domestica, la svalutazione costante del bambino, l’assenza di risposte adeguate ai suoi bisogni evolutivi. Si è compreso che un minore può subire danni profondi anche senza essere mai stato picchiato.
Oggi, tuttavia, sembra emergere una tendenza diversa. Nell’opinione pubblica, e talvolta anche in contesti istituzionali, il concetto di maltrattamento tende nuovamente a restringersi. Ciò che non produce una ferita visibile rischia di apparire meno grave, meno urgente, talvolta persino discutibile. Come se il confine tra una condizione di rischio e una situazione di pregiudizio per il minore dovesse essere dimostrato da prove evidenti e immediate.
L’Asociazione CAF si occupa dal 1979 di questi temi e la nostra esperienza ci racconta una realtà diversa. Molti dei bambini accolti nelle nostre comunità arrivano certamente da esperienze di grave abuso e da situazioni caratterizzate da violenze fisiche estreme, ma altrettanti arrivano anche da contesti in cui per anni sono mancati ascolto, protezione, prevedibilità, cure emotive adeguate. Sono minori che hanno vissuto nell’incertezza, nell’instabilità, nella trascuratezza dei bisogni fondamentali. Hanno assistito a conflitti distruttivi tra gli adulti di riferimento oppure sono cresciuti in ambienti incapaci di sostenere adeguatamente il loro sviluppo affettivo e relazionale.
Le conseguenze di queste esperienze sono ben documentate dalla letteratura scientifica. Le esperienze avverse nell’infanzia possono incidere pesantemente sullo sviluppo emotivo, cognitivo e relazionale. Possono compromettere la capacità di fidarsi degli altri, di regolare le emozioni, di costruire relazioni sicure. Non sempre producono effetti immediatamente riconoscibili. Spesso emergono nel tempo, attraverso difficoltà scolastiche, comportamenti oppositivi, ritiro sociale, fragilità psicologiche o problemi di salute mentale.
Proprio perché meno visibili, queste forme di maltrattamento richiedono competenze professionali sempre più raffinate. Se in passato era fondamentale riconoscere il danno, oggi è altrettanto importante saper leggere i segnali precoci del disagio e comprendere i bisogni evolutivi del bambino all’interno della sua rete di relazioni.
Le figure che operano nella tutela minorile si trovano infatti di fronte a situazioni molto più complesse rispetto al passato. Le fragilità familiari si intrecciano con problemi di salute mentale degli adulti, povertà educativa, isolamento sociale, dipendenze, conflittualità di coppia, difficoltà legate ai nuovi contesti digitali. Le storie raramente possono essere interpretate attraverso categorie semplici o letture dicotomiche.
Per questo motivo le competenze richieste oggi non riguardano soltanto la capacità di intervenire in emergenza. Servono professionisti in grado di osservare, valutare, lavorare in équipe multidisciplinari, costruire alleanze con le famiglie quando possibile e mantenere sempre al centro i bisogni del minore. Educatori, psicologi, assistenti sociali, neuropsichiatri, pedagogisti sono chiamati a integrare saperi diversi e a confrontarsi continuamente con nuove conoscenze provenienti dalla ricerca sul trauma, sull’attaccamento e sullo sviluppo infantile.
Anche il concetto di cura si è trasformato. Non basta più mettere in sicurezza un bambino da un pericolo immediato. Occorre aiutarlo a ricostruire fiducia, continuità e senso di appartenenza. Occorre creare contesti relazionali capaci di offrire esperienze riparative e di sostenere la sua crescita nel lungo periodo. È un lavoro complesso, che richiede tempo, competenze e una forte capacità di collaborazione tra servizi, scuola, sanità ed enti del Terzo settore.
Per questo sarebbe un errore culturale tornare a identificare il maltrattamento soltanto con la violenza fisica. Significherebbe ignorare ciò che decenni di esperienza professionale e di ricerca ci hanno insegnato: i bambini possono soffrire profondamente anche quando il danno non è immediatamente visibile. E possono portarne le conseguenze per molti anni o nei casi più gravi per sempre.
La vera sfida, oggi, non è restringere lo sguardo, ma ampliarlo ulteriormente. Riconoscere che la tutela dell’infanzia richiede la capacità di vedere anche ciò che non appare evidente. Perché proteggere un bambino significa non soltanto intervenire quando il danno è già manifesto, ma saper cogliere quei segnali silenziosi che raccontano una sofferenza ancora nascosta. È in questa capacità di ascolto, osservazione e comprensione che si misura oggi la qualità del nostro sistema di protezione dell’infanzia.
Laura Calabresi, Consigliere Delegato e Responsabile Clinico Associazione CAF
Fonte: Vita.it – 1 Luglio 2026
